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La strada era stata chiusa quando Anna si trovava ancora a una quarantina di chilometri dalla destinazione. La notizia arrivò dalla radio, raccontata con quel tono piatto da cronista che ogni volta le dava l’impressione che ogni cosa potesse essere ricondotta alla normalità semplicemente nominandola. Tre erano i camion coinvolti nell’incidente; la causa era un sottile strato di ghiaccio sulla carreggiata e i soccorsi erano in arrivo. Fuori dal parabrezza la pioggia continuava a cadere con violenza e i tergicristalli non riuscivano a tenere il passo. La donna abbassò il volume e per qualche minuto guidò nel silenzio, illuminata a intermittenza dai fari delle automobili che procedevano in senso opposto.
Anna era una giornalista scientifica. Il suo lavoro la vedeva impegnata a cercare cause, verificare dati, diffidare delle coincidenze e soprattutto a non fermarsi alla prima spiegazione disponibile. Con l’esperienza aveva imparato che quasi tutto ciò che appare inspiegabile smette di esserlo quando si dispone di informazioni sufficienti. Da alcune settimane, tuttavia, avvertiva una grande spossatezza e il suo stesso corpo le remava contro: dormiva poco, fumava più del solito e arrivava alla sera con la sensazione di avere trascorso l’intera giornata a rincorrere qualcosa che continuava a spostarsi un passo più avanti di lei. Osservò sul sedile del passeggero la cartella piena di appunti e il computer: erano le uniche compagnie che in quel momento poteva permettersi.
La strada principale, scoprì poi dal navigatore, era chiusa definitivamente per quella sera; il sistema le propose una deviazione attraverso una provinciale che, tuttavia, qualche chilometro dopo risultò altrettanto impraticabile. Un cartello indicava un piccolo paese a dodici chilometri. Sul navigatore comparve un albergo che si chiamava HOTEL AURORA.
L’insegna dell’edificio era molto vecchia. Uno dei neon era spento e, da lontano, il nome che si riusciva a leggere era AURA. Anna parcheggiò davanti all’ingresso, prese la borsa e corse sotto la tettoia. Nella hall trovò della moquette scura, un divano di finta pelle e una televisione accesa senza volume. Un uomo anziano la fissava serio da dietro il bancone.
«Una sola camera?» le domandò.
Lei lo fissò stranita. «Una sola, certo».
L'uomo le chiese un documento e copiò con eccessiva calma i dati sul registro. La donna sorrise appena guardando la propria firma comparire sulla pagina; aveva sempre apprezzato il proprio nome: Anna, uguale sia da sinistra, sia da destra.
L’altro le restituì la carta d’identità e le consegnò la chiave con un grosso portachiavi di plastica. «Camera undici», disse.
Anna chiese se ci fosse qualcosa da mangiare, ma il ristorante era già chiuso da ore.
«Se avesse fame, c’è un distributore in fondo al corridoio».
Quando stava per andarsene, il portiere richiamò nuovamente la sua attenzione. «Signora». Anna si voltò.
L’uomo esitò appena, poi disse: «Questa notte non apra la finestra».
Anna gli sorrise cortesemente, ma lui non ricambiò.
La stanza era pulita e sorprendentemente ordinata. Anna appoggiò la borsa sulla sedia e accese il computer. Sul comodino trovò un vecchio fascicolo di enigmistica, probabilmente dimenticato da qualche precedente ospite. Lo aprì quasi per abitudine: alcune definizioni erano state compilate a matita, una scelta che apprezzava molto. L’enigmistica le piaceva, poiché le serviva da sempre per svuotare la testa: una definizione aveva una risposta, le caselle imponevano un ordine e, per qualche minuto, non c’era niente da decidere.
Telefonò alla redazione poco dopo mezzanotte, certa di trovare ancora qualcuno che facesse come lei le ore piccole. Doveva ancora sistemare l’introduzione dell’articolo e preparare le domande per l’intervista del giorno seguente, quindi si mise al lavoro. Quando poi si accorse che stava rileggendo la stessa frase da diversi minuti, chiuse il PC. Fumò un poco, benché avesse promesso a se stessa di non farlo in camera, poi andò in bagno e si lavò il viso. Nello specchio le apparve una donna più stanca di quanto avesse immaginato. Sotto l’occhio destro aveva una piccola vena rossa e il neo sul lato sinistro della bocca era più scuro del solito. Lo sfiorò con il polpastrello, come faceva da bambina quando sua madre le diceva che era il suo punto fermo.
In quel momento qualcuno bussò alla porta.
Non fu un colpo deciso, ma una successione regolare di tre colpi, distanziati di un secondo l’uno dall’altro. Anna rimase ferma con una mano appoggiata al bordo del lavandino, mentre ruotava l’altro polso per leggere l’orologio: l’una e dieci.
«Sì?» disse con tono basso, ma non ottenne risposta. Attese qualche secondo e aprì.
Il corridoio era vuoto; le luci al neon ronzavano appena e, in fondo, una porta si richiuse con un movimento lento. Sul pavimento, proprio davanti alla soglia, c’era una sigaretta ancora accesa. Anna la raccolse e la guardò: era della stessa marca che comprava lei.
Una volta stesa nel letto matrimoniale, faticò a prendere sonno. Sentiva il rumore della pioggia contro i vetri e un odore di fumo che ristagnava e le appesantiva le narici. Forse aveva bisogno di aria fresca, pensò; si alzò e aprì la finestra.
Il parcheggio era quasi deserto. Sotto uno dei lampioni, proprio accanto alla sua automobile, c’era una donna che indossava un cappotto scuro e fumava. Anna la osservò senza capire immediatamente cosa l’avesse colpita, poi riconobbe il modo in cui la figura teneva la sigaretta, stretta tra indice e medio e portata alla bocca con un movimento breve, quasi distratto.
Era il suo gesto; non un gesto simile, pensò: proprio il suo.
La donna si voltò. Quando la luce del lampione raggiunse il viso illuminandolo, Anna vide il neo sul lato della bocca e indietreggiò di un passo, terrorizzata. Quando si sporse per controllare di nuovo, il parcheggio era vuoto.
Anna scese alla reception. Il portiere dormiva con la testa appoggiata al muro e lei dovette chiamarlo due volte prima che aprisse gli occhi. Gli chiese se ci fosse una donna nell’albergo, una cliente che forse era da poco uscita a fumare, ma l’uomo fece cenno di no: nessuno gli aveva chiesto di aprire il portoncino d’ingresso.
Anna insistette. «La diciotto, la stanza in fondo al corridoio, è occupata?»
L’uomo alzò gli occhi. «Signora, non sono tenuto a dirle chi c'è nelle altre stanze».
Anna lo fissò per qualche secondo, poi si allontanò senza aggiungere altro. Quando tornò al piano, la porta della camera diciotto era socchiusa.
Non avrebbe saputo spiegare il perché, ma ci entrò. Forse voleva dimostrare a se stessa che c’era una spiegazione, o forse era stanca abbastanza da non avere più voglia di rispettare regole che fino a poche ore prima le sarebbero sembrate ovvie.
Accese la luce e rimase immobile sulla soglia: la stanza era identica alla sua. Stesso letto, stessa lampada, stesso piccolo segno scuro che aveva notato sulla parete vicino al battiscopa. Sul comodino c’era un libro di enigmistica.
Anna lo aprì, scoprendo che una sola definizione era stata compilata: «Nome di donna palindromo». La risposta era già scritta a matita: ANNA.
Richiuse il libro e tornò nella sua stanza. Il “suo” libro di enigmistica era ancora là, esattamente dove lo aveva lasciato. Lo afferrò e lo aprì alla stessa pagina. La definizione era identica, e così la risposta. Anna rimase a fissarla per un tempo che non seppe misurare. Poi prese la matita e cancellò la parola.
Alle quattro sentì la porta aprirsi.
Questa volta non si alzò: si sedette sul bordo del letto e guardò verso il bagno. Una donna attraversò lentamente la stanza e si fermò davanti allo specchio. Anna sobbalzò, riconoscendola prima ancora che si voltasse: era lei. Non una donna somigliante, non una persona che avrebbe potuto essere scambiata per lei in condizioni di scarsa illuminazione; aveva il suo stesso volto, lo stesso neo, gli stessi capelli raccolti dietro la nuca. L’unica differenza era che l’altra era riposata: aveva gli occhi limpidi e un’espressione tranquilla, quasi paziente.
«Chi sei?» domandò Anna.
La donna si voltò. «Dovresti dormire».
Anna si alzò lentamente. «Chi sei?» ripeté.
L’altra sorrise appena. «Questa domanda non ti è mai piaciuta».
Anna avvertì un’ondata di paura, ma insieme a quella sensazione si destò una parte di sé che cercava sempre di mettere ordine nelle cose. Si disse che poteva essere una dissociazione, oppure un episodio allucinatorio provocato dalla mancanza di sonno, dallo stress o dal fumo. Lo sussurrò a bassa voce, come se nominare le possibilità potesse renderle meno irreali. L’altra ascoltò senza interrompere. Quando ebbe finito, infatti, le disse soltanto: «Sei sempre stata brava a trovare i nomi».
«Cosa vuoi?».
L’altra alzò le spalle.
«Perché sei qui?».
La donna guardò verso la finestra. «Perché tu non ci riesci più».
Anna la fissò. «A fare cosa?».
«A continuare».
Fuori, la pioggia aveva aumentato il ritmo. Anna scosse la testa. «Domani ho un lavoro da fare».
«Lo farai».
«Tu non puoi sapere cosa farò».
L’altra si voltò verso di lei. «Lo so, invece».
Anna non seppe dire quanto tempo passò dopo quella frase. Ricordava di aver fumato. Ricordava di aver aperto il rubinetto del bagno e di aver lasciato scorrere l’acqua. Ricordava di avere cercato il telefono e di non averlo trovato. Ricordava soprattutto la sensazione, assurda e precisa, che qualcuno stesse aspettando che lei si stancasse.
Quando riaprì gli occhi erano le sette e trenta.
La stanza era illuminata dalla luce del mattino, il letto vuoto e la porta del bagno aperta. Non c’era nessuno, oltre a lei. Sul comodino, però, il posacenere conteneva due sigarette. Lei ne aveva fumata soltanto una, ne era certa.
Scese alla reception con la borsa in spalla. Il portiere le porse le chiavi della macchina e la informò che la strada era stata riaperta. Anna gli chiese della donna della camera diciotto. L’uomo la guardò con un’espressione severa. «Le ho già detto che non posso darle informazioni sugli altri ospiti».
Anna rimase immobile. Il vecchio la guardò senza aggiungere altro.
Fuori, il sole aveva cominciato ad asciugare i bordi dei marciapiedi.
Anna salì in macchina, partì e arrivò alla sede della redazione poco dopo le nove; il collega la aspettava all’ingresso e le chiese se avesse almeno dormito. «Abbastanza», rispose soltanto.
Il collega le allungò una sigaretta. Anna ne prese una senza guardare il pacchetto e la accese. Usò la mano sinistra.
Salirono quindi insieme al piano degli uffici. Lei poggiò la borsa sulla scrivania, rovistando all’interno, tirò fuori il libro di enigmistica e lo aprì alla pagina centrale. La definizione era ancora lì: Nome di donna palindromo. La risposta era ancora cancellata. Anna prese la matita e, dopo qualche secondo di esitazione, scrisse di nuovo il proprio nome.
Il collega la guardò. «Ancora con quella roba?».
Anna sorrise. «Mi aiuta a pensare».
Lui tornò al computer, ma dopo qualche secondo le parlò di nuovo. «Ehi, hai qualcosa qui», disse, indicando il lato destro della sua bocca.
Anna portò lentamente una mano al viso; inizialmente sbagliò lato, ma si corresse subito. Il polpastrello incontrò il piccolo rilievo della pelle, il suo punto fermo. Rimase così per qualche istante, senza parlare. Poi sorrise.
Per la prima volta da sempre, quella mattina accese il computer.